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Maria Grazia Floris
13/05/2011

Progetto ProTest: per la fiducia tra medico e detenuto

Presentato, in anteprima nazionale a Napoli, il programma elaborato da
Società Italiana di medicina e sanità penitenziaria e Pharma Group: sarà
sperimentato in 18 istituti della Lombardia e in seguito esteso a tutta
Italia.
“L’Agorà Penitenziaria. La salute: presupposto del recupero sociale”:
questo il titolo scelto per il X Convegno nazionale della S.I.M.S.Pe.
(Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria), che è in corso a
Napoli. Nel corso del convegno è stato presentato, in anteprima nazionale,
il progetto ProTest, elaborato da S.I.M.S.Pe e Pharma Group per la
prevenzione, la diagnosi e la cura delle malattie infettive in ambiente
carcerario.
“Con i detenuti ‐ ha spiegato Raffaele Pempinello, presidente del Convegno
e primario della V divisione del Reparto Detentivo dell’ospedale Cotugno ‐
è tutto più difficile: l’uomo ammalato avverte subito il disagio di
doversi fidare di un medico che non ha scelto, inoltre per lui la
sofferenza psichica della conoscenza non può essere condivisa con i propri
familiari e impone scelte e decisioni vissute da solo”.
Il momento più importante è senz’altro quello della prevenzione, per
evitare che le malattie si propaghino anche fuori dagli istituti
penitenziari, dato che sono oltre centomila in Italia le persone che
entrano ed escono dal carcere ogni anno. In effetti il problema della
diffusione nelle carceri di Aids, epatite, tubercolosi e malattie sessuali
non riguarda solo i detenuti e coloro che lavorano negli istituti;
“Dobbiamo convincerci ‐ spiega Giulio Starnini, responsabile dell’unità
operativa protetta di malattie infettive dell’ospedale di Viterbo ‐ che
Secondigliano e Poggioreale non sono fuori dalla realtà, e che il problema
salute nelle carceri è un problema di sanità pubblica”.
“I rischi di contagio delle malattie infettive ‐ così Sergio Babudieri,
docente di malattie infettive presso l’università di Sassari ‐ nelle
nostre carceri sovraffollate dove regna la promiscuità è altissimo. Del
resto il carcere è concentratore di malattie in quanto riunisce tante
persone accomunate da una vita esterna vissuta in condizioni di estremo
degrado”.
Per cercare di arginare questa situazione nei 18 istituti penitenziari
della Lombardia è partita la campagna ProTest, presentata a Napoli in
anteprima. Il progetto è stato spiegato dal coordinatore nazionale Roberto
Monarca: “Bisogna partire dal presupposto ‐ ha chiarito ‐ che il recluso è
una persona e un cittadino privato solo momentaneamente della libertà.
Il medico deve conquistare la sua fiducia, “fidelizzarlo”, prendendolo in
carico già al momento del suo ingresso in carcere e ripetendo
periodicamente gli incontri con lui”. Medici, psicologi, direttore del
carcere, guardie penitenziarie, devono tutti fare lavoro di squadra.
Sono necessari incontri frequenti con i detenuti, screening periodici che
portino a stabilire efficaci piani di prevenzione o di cura, piani di
comunicazione che diffondano la conoscenza di pratiche adeguate. Inoltre i
detenuti devono essere motivati alla terapia, e l’opinione pubblica deve
essere sensibilizzata, affinché, come dice Giulio Starnini, “Nessuno si
chiami fuori!”.
Dopo questa prima fase di sperimentazione e ricerca si passerà a studi
clinici specifici e a formare infettivologi, psicologi, medici e operatori
penitenziari preparati ad affrontare nel miglior modo possibile questa
sfida. L’idea è di estendere al più presto a tutte le regioni italiane il
progetto che per il momento sarà sperimentato solo in Lombardia.

 

Redattore Sociale ‐ Dire, 6 giugno 2009

Maria Grazia Floris
Author: Maria Grazia Floris

Medico chirurgo

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