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SIMSPE
31/05/2011

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Giustizia: Simpse; allarme nelle carceri, dilaga l’epatite C

 È allarme sanità nelle carceri italiane, secondo un rapporto della Società
      Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria (Simspe). I dati sono
      estremamente preoccupanti: più della metà della popolazione carceraria
      presa in esame è affetta da svariate patologie. La denuncia giunge mentre
      la Finanziaria 2008 sancisce il trasferimento al ministero della Salute
      del personale e funzioni sanitarie del Dipartimento dell’amministrazione
      Penitenziaria (per il 2008 spesa complessiva di 157,8 milioni).
      Il 62% dei detenuti di un totale di 1300 persone in 25 strutture
      carcerarie, del campione dall’indagine Gfk-Eurisko, necessita dunque di
      una terapia medica. Il problema non è solo confinato al carcere ma un
      pericolo anche per la salute pubblica se si considera che per il 28%
      queste malattie sono infettive e nella maggior parte dei casi si tratta di
      epatite C, coinvolgendo circa un quarto del campione. Una situazione che
      potrebbe scatenare una vera e propria epidemia, non solo nella popolazione
      carceraria, ma anche all’esterno, una volta che gli ex detenuti rientrano
      in società.
      “L’epatite C dilaga ma non sempre i detenuti ricevono le cure adeguate”,
      spiega Giulio Starnini, Direttore del Reparto di Medicina
      Protetta-Malattie Infettive dell’Ospedale Belcolle di Viterbo, “solo la
      metà di essi viene messo subito in terapia e, fra questi, un quarto dei
      pazienti non l’accetta. Un terzo dei pazienti in trattamento, poi,
      sospende la cura prima del previsto. Questo significa che su cento
      detenuti con epatite C sono 74 quelli che non seguono alcuna terapia o la
      interrompono prima”. Ma perché l’epatite C è divenuta la “malattia del
      carcere”?
      Ci sono alcune abitudini,legate alla tradizione della vita carceraria, che
      sono alla base di questa epidemia:la diffusa pratica del tatuaggio con
      ogni mezzo (aghi rimediati iniettandosi sotto pelle l’inchiostro delle
      penne a sfera) oltre, naturalmente,al sovraffollamento che costringe a
      stare in soprannumero in ogni cella, o, infine, stili di vita non sani,
      prima di entrare in carcere, come la tossicodipendenza.
      “L’epidemia si diffonde perché il detenuto rifiuta le cure in carcere in
      quanto spera di usufruire così della legge per il suo trasferimento in
      ospedale/comunità o, nei casi gravi, essere rimesso in libertà”, spiega
      Roberto Monarca presidente della Simspe.
      Per affrontare seriamente questa situazione che rischia di esplodere la
      Simspe suggerisce, nel Documento di Indirizzo 2007-08, di riconvertire e
      potenziare i “centri clinici” presenti nelle varie strutture penitenziarie
      e riattivare lo staff sanitario presso la Direzione Generale dei Detenuti
      e del Trattamento.
      Un organismo, quest’ultimo, dell’Amministrazione penitenziaria, che ha
      avuto finora solo compiti burocratici e di coordinamento(spostamento dei
      detenuti, ecc.) ma che dovrebbe divenire anche un centro di specifiche
      competenze per affrontare l’emergenza sanità delle carceri. In una parola,
      più mezzi e strutture per un azione incisiva sull’epidemia epatite C. Ma
      c’è anche un’altra patologia ad alta diffusione nelle carceri: la
      psoriasi, una malattia cronica della pelle che si manifesta con macchie
      rossastre.
      Colpisce ben il 5%, in media, dei detenuti contro il dato della
      popolazione italiana che è del 3%. Questo secondo un indagine
      dell’Osservatorio nazionale “Psocare” un programma di ricerca sulla
      psoriasi promosso da Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco). Un centro pilota
      “Psocare” è stato cosi istituito di recente nel nuovo complesso di
      Rebibbia. di Roma (fornisce cure all’avanguardia per detenuti con
      psoriasi). E poi ancora un ampia diffusione di depressione e disturbi
      psicologici (nel 27% del campione) ma anche problemi cardiovascolari
      (9,7%), o osteoarticolari (10,1%).

di Susanna Jacona Salafia

SIMSPE
Author: SIMSPE

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