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Maria Grazia Floris
19/05/2011

Diritto alla salute in carcere: “… perché stavolta sia davvero riforma !”

Rappresento in questa sala la Società di Medicina e Sanità Penitenziaria, quel gruppo di operatori sanitari – oggi sempre più numeroso – che ha creduto da anni ed oggi crede nella necessità della riforma.
“… purché stavolta sia davvero riforma !”
Riteniamo che la fase “politica” della riforma si sia già esaurita già nel 1999, quando vide la luce il D. L.vo, e le idee erano divenute legge.
Da allora l’unica fase possibile è quella tecnica.
Cioè la necessità di armonizzare due sistemi, che in un decennio hanno modificato l’antica impermeabilità reciproca ma, ovviamente, non ancora una reale integrazione.
Perché riforma significa miglioramento dei servizi.
E questo significa avviare un percorso formalmente corretto, ma rispettoso delle particolari caratteristiche del luogo dove lo stesso si compie (il carcere), degli utenti del servizio (i detenuti) che pur essendo ontologicamente uguali a tutti gli altri cittadini in tema di salute, manifestano problematiche sanitarie maggiori e più complesse modalità di approccio e risoluzione, ed infine degli operatori (tutti…) che fino ad oggi hanno sofferto la dipendenza da una amministrazione spesso povera di idee e di prassi.
Operatori in larga parte insoddisfatti ma motivati, che vedono in questa riforma la possibilità concreta di un esercizio professionale, per ruoli specifici, adeguato ai tempi ed inquadrato nei contratti previsti dalle vigenti norme nel SSN. C’è tanto precariato fra gli operatori sanitari penitenziari…
Quindi l’esigenza vera è quella di armonizzare i due servizi, non di esprimere proclami o giocare di sola ideologia. Né, per gli operatori, di arroccarsi su posizioni di finti privilegi che hanno consentito in alcuni casi il disimpegno e la superficialità, oppure, e questo ci sembra l’elemento più grave, hanno consentito la secondarietà della medicina clinica e del trattamento, a tutte le altre necessità del sistema carcerario.
Non crediamo che siano i finanziamenti il maggiore problema, poiché già ora la platea maggiore degli operatori (Medici SIAS e specialisti ad ore) è retribuita con tariffe pressoché analoghe a quelle del SSN (vi è una differenza in meno non superiore al 15%)
L’impegno di spesa è quello necessario per adeguare gli stipendi degli ex medici incaricati a quelli della dirigenza medica del SSN; ma non dimentichiamo che si tratta di solo 300 professionisti in Italia, già retribuiti con gli oneri sociali per circa il 50% del corrispondente contratto SSN.
E poi i modelli operativi.
Le ipotesi emerse dalle linee guida sono condivisibili in una visione generale, anche se poi in sede regionale anch’esse dovranno essere armonizzate con i servizi sanitari che ciascuna regione ha realizzato. Mi domando però perché si è dovuta utilizzare una nomenclatura diversa da quella SSN, che parla di Unità Operative Semplici, Complesse, Dipartimenti funzionali e strutturali. Non ci sono altri nomi che esprimono gli stessi concetti. Ogni carcere già è, ma sempre meglio dovrà divenire, una “casa della salute” quale luogo fisico dove le esigenze sanitarie – in ragione della tipologia del luogo e degli utenti – trovino la più completa risposta.
Il percorso prospettato ci sembra una strada formalmente e giuridicamente corretta, salva la necessità di dare agli operatori le richieste garanzie e, nella fase di formulazione del DPCM, integrare nelle successive commissioni anche noi, medici formati ed esperti del settore provenienti anche da realtà regionali diverse da quella del Lazio.
Vi sono infatti in Italia anche indirizzi organizzativi che possono offrire esempi positivi.
La sanità nelle carceri attualmente è così diversificata nelle varie realtà regionali proprio per la differente attenzione che al problema è stato posto in ambiti locali. E vi sono realtà organizzative interne che potrebbero essere modelli utilizzabili.
Attendiamo di essere chiamati.
Ed infine mi domando, e domando ad ognuno dei presenti: quanto l’Amministrazione Penitenziaria è pronta a recepire i contenuti sostanziali della riforma?
Siamo convinti che la maggior parte dei dirigenti penitenziari non abbia compreso il valore epocale di questo processo riformatore, la conseguente necessità di confrontarsi con un ente diverso rispetto alla Giustizia nelle sue accezioni complessive, inclusi i rapporti con la magistratura.
Forse qualcuno immagina che domani sarà più facile scaricare responsabilità su altri, in particolare sul SSN in caso di deficienze organizzative e/o strutturali. Temiamo una fase di grande confusione, di possibile peggioramento della qualità anche dei servizi più dignitosi erogati.
Temiamo un possibile contenzioso strisciante, che potrebbe divenire esplosivo se gli operatori di oggi non saranno tutelati e trasferiti al SSN.
Lavorare in carcere per un medico, un infermiere, uno psicologo, richiede un impegno motivazionale straordinario. Se la riforma sarà il momento di crisi per chi si è adagiato, per chi non ha o non vuole ricercare motivazioni professionali profonde, per chi viene solo per un gettone di integrazione economica ad altri emolumenti… ben venga questo momento.
Ma gli altri, quelli che hanno comunque assicurato con onestà e diligenza professionale la sanità dietro le sbarre, oggi più che mai rivendicano il diritto ad avere riconosciuto e gratificato l’impegno profuso.
Noi, la SIMSpe, rimaniamo disponibili ad ogni ulteriore contributo, quale abbiamo già fornito in ogni precedente occasione.
Ma chiediamo un impegno vero, e di tutti gli attori del cambiamento.
Da parte del DAP perché presenti al meglio i suoi operatori, definendo i contratti ancora aperti e la pianta organica oltre che la stabilizzazione del medici incaricati provvisori, e definendo inoltre per le posizioni residuali il concorso a sanatoria già richiesto nello scorso marzo.
Da parte del SSN e delle Regioni, perché accolgano questo come un settore di particolare impegno e complessità.
Ma attenzione! La difficoltà gestionale sotto il profilo sanitario di una unità operativa penitenziaria è tale che solo personale esperto ed addestrato è in condizione di proseguire una operatività, motivando ed incentivando gli operatori che sceglieranno di rimanere e che dovranno, per forza di cose, essere formatori dei nuovi colleghi provenienti direttamente dal SSN, e consentire così la reciproca contaminazione delle due culture fino a quando se ne realizzerà una unica, efficace ed innovativa.

Andrea Franceschini

Roma, 20-11-07

Maria Grazia Floris
Author: Maria Grazia Floris

Medico chirurgo

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