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Roberto Mocellin
22/02/2016

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A VITERBO APRE LO SPORTELLO REHAB

Viterbo, 22.02.2016 – Dopo la recente conclusione del Progetto Europeo REHAB (REmoving  prison HeAlth Barriers) finanziato dalla Commissione Europea all’interno del Programma LLP/Grundtvig Multilateral Project – con la partecipazione di un consorzio internazionale composto dall’Università della Tuscia, SIMSPe-Onlus, l’Università di Birmingham City, SESP (Società Spagnola di Medicina Penitenziaria) e GERTOX (Associazione Francese per il trattamento delle Tossicodipendenze in carcere) e che ha visto la sperimentazione di un nuovo modello di Comunicazione nelle carceri di Viterbo (Italia) e Madrid VI e Ocana (Spagna), i suggerimenti emersi durante le varie fasi del progetto dagli operatori penitenziari stanno portando i primi frutti in merito a mutamenti organizzativi miranti ad un miglioramento dei servizi a favore della popolazione detenuta.

Durante il Progetto un team di formazione di psicologi dell’Università di Viterbo, della SIMSPe e della SESP ha condotto un trial formativo che ha coinvolto oltre 100 persone, tra cui 50 detenuti e 30 agenti di Polizia Penitenziaria,  nel Carcere di Viterbo e oltre 150 persone nelle 2 carceri spagnole.

Dalle varie fasi di formazione sono scaturite dai partecipanti numerose proposte innovative di miglioramento e  dopo una fase di attenta valutazione da parte della Direzione e dei responsabili dell’Area Sicurezza, Trattamentale e Sanitaria dalla prima settimana di Marzo sarà istituito  in via sperimentale, uno sportello informativo (lo sportello REHAB per l’appunto) per i detenuti dei reparti detentivi Penale, Circondariale e Precauzionale del carcere Mammagialla di Viterbo.

Per ora gli orari saranno limitati a 2 ore la settimana per ogni reparto ma non si esclude, in caso di successo dell’iniziativa, una maggiore apertura.

L’intenzione è quella di semplificare la risoluzione dei problemi dei detenuti, in particolare di coloro la cui diversità di cultura, religione e lingua rende difficoltosa la comunicazione con lo staff penitenziario, in particolare, ma non solo, con la Polizia Penitenziaria.

I detenuti che ne faranno richiesta potranno accedere allo sportello e trovare la disponibilità di uno staff multidisciplinare composto da personale sanitario, educatori, psicologi e polizia penitenziaria che collegialmente potranno esaminare e risolvere le varie problematiche che il detenuto vorrà esplicitare.

Un tale approccio, particolarmente innovativo in un ambiente in cui spesso si lavora ancora a “compartimenti stagni”, dovrebbe, nelle intenzioni della Direzione e del Responsabile Sanitario, ridurre considerevolmente gli episodi di incomprensione tra detenuti e operatori riflettendosi in maniera positiva sui comportamenti oppositivi e dimostrativi (scioperi della fame e della terapia ad esempio) e diminuendo gli atti di autolesionismo che sono spesso il sintomo di una incapacità a comunicare i propri bisogni e il proprio disagio da parte del detenuto.

Altro problema affrontato dal Progetto e a cui si sta cercando di dare una risposta  è l’alta presenza di stress lavoro-correlato tra gli operatori in servizio all’interno dell’Istituto con i fenomeni correlati di un alto livello di rischio di burn-out,  dell’assenteismo,  delle frequenti cause di servizio,  degli agiti anticonservativi, purtroppo, anche tra gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria.

Lo stress lavoro-correlato è uno squilibrio che si verifica quando il lavoratore non si sente in grado di corrispondere alle richieste lavorative. Tale condizione è spesso accompagnata da disturbi o disfunzioni di natura fisica, psicologica o sociale.

Diventa opportuno, quindi, prestare molta attenzione alle complesse problematiche collegate con le condizioni di lavoro degli operatori penitenziari, tra questi, in particolare, gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria, maggiormente esposti a fattori e a situazioni di stress, dovendosi confrontare spesso con tensioni e criticità di varia natura.

Durante lo svolgimento del Progetto, che ha avuto la durata di due anni, è stato sperimentato un approccio con il metodo dei sensitivity group con il personale di Polizia Penitenziaria, condotti da una coppia di facilitatori interni preventivamente formati (psicologo ed educatore) affiancati da un Coach esterno esperto. Gli operatori penitenziari, all’interno di questi gruppi, hanno avuto la possibilità di condividere vissuti traumatici importanti come, ad esempio, il suicidio di un collega, episodi di impiccagione di detenuti o altri eventi critici.

Da questa esperienza è emersa, inoltre, l’importanza di aiutare il personale ad elaborare eventuali situazioni traumatiche attraverso l’intervento di  psicologi o psicoterapeuti in possesso di specifica formazione e adeguata conoscenza del contesto carcerario. È emersa, inoltre, la necessità di avere uno spazio di condivisione e di confronto per individuare e mettere a punto  modalità operative condivise di intervento in situazioni di emergenza e di spazi di elaborazione dei vissuti personali.

I sensitivity group  sono stati per tutti, quindi, un’occasione preziosa di crescita umana e professionale. Ha funzionato particolarmente bene la disponibilità dei partecipanti al gruppo a mettersi in gioco e ad assumersi delle responsabilità in prima persona.

È stata vista positivamente la creazione di spazi di condivisione e di ascolto per gli operatori delle loro problematiche riguardanti la vita professionale. Molto apprezzata e ritenuta utile, inoltre, è stata l’occasione di maggiore conoscenza tra i vari operatori, anche con formazione e professionalità diverse, dal momento che proprio questo tipo di scambio ha fornito una grande opportunità di crescita professionale.

Tutto questo ha certamente avuto ricadute positive sul benessere organizzativo. A  questo proposito è importante sottolineare che  qualsiasi  iniziativa intrapresa  dall’Amministrazione  Penitenziaria  in  materia  di  benessere organizzativo e  di  contrasto al  disagio lavorativo dovrebbe avere carattere di continuità, al fine di  mettere a punto efficaci strategie d’intervento e ottenere risultati stabili nel tempo.

E’ stato quindi proposto alla Direzione e da questa inserito nelle proposte progettuali del 2016 la prosecuzione dell’esperienza dei “sensitivity group” per attenuare e ridurre le sensazioni di solitudine e di isolamento negli operatori,  i vissuti di disagio e di inefficacia nel momento in cui si trovano a fronteggiare situazioni critiche come, ad esempio, eventi a notevole valenza traumatica (tentativi di suicidio o suicidi di persone detenute, decessi, incendi, sequestri di persona, arresti di un collega, minacce, aggressioni ecc.).

Quando un operatore penitenziario si imbatte infatti in un evento critico può sperimentare un particolare stato psicologico che provoca forti reazioni emozionali in grado di compromettere l’efficace svolgimento dell’attività professionale, reazioni che si possono protrarre nel tempo con conseguenze anche nella vita privata.

Queste reazioni emozionali, in taluni casi, sono così forti da far insorgere negli operatori i sintomi tipici del disturbo acuto da stress (DAS) o del disturbo post traumatico da stress (PTSD), situazioni che richiedono certamente un intervento specialistico.

La finalità di questi gruppi potrebbe consistere, quindi, nel prevenire e contrastare il fenomeno del disagio psichico tra gli operatori penitenziari nel carcere viterbese (stress lavoro-correlato, burn-out, assenteismo, episodi di aggressività e violenza, suicidi o tentati suicidi tra gli operatori penitenziari ecc.) con il contributo di specifiche figure professionali, affrontando direttamente questo disagio, ben coscienti della sua molteplicità e multidimensionalità. È di fondamentale importanza, infatti, intercettare rapidamente i segnali di malessere che possono sfociare nel tempo in eventi di  più ampia  rilevanza  e drammaticità.

L’ipotesi di fondo è quella di poter contrastare direttamente, grazie ai sensitivity group, il disagio degli operatori e sensibilizzare e orientare, in modo partecipato, eventuali azioni di intervento nei confronti delle persone detenute che, a  loro volta, possono manifestare  segni  di  malessere profondo e disagio psicologico.

La condivisione dei problemi da affrontare, l’individuazione di possibili azioni d’intervento, il miglioramento delle modalità di comunicazione e la “messa in rete” delle informazioni fra tutti gli operatori che lavorano in carcere potrebbero quindi costituire di per sé degli obiettivi specifici da raggiungere, considerato il valore che tali  aspetti potrebbero assumere in termini di contrasto al disagio psichico in ambiente penitenziario.

Il Progetto REHAB ha aperto la strada a soluzioni innovative in un ambiente, quello penitenziario, spesso resistente al cambiamento e non abituato al lavoro in equipe e ad una visione dei problemi che non sia quella  prioritaria della “sicurezza”.

L’apertura mentale dimostrata dalla Direzione del Carcere, dal Comandante della Polizia Penitenziaria e la collaborazione tra questi e le aree trattamentale e sanitaria stanno portando i primi frutti di un cambiamento auspicabile.

Roberto Mocellin
Author: Roberto Mocellin

Infermiere

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