Migrazione e salute in contesti penitenziari

Si è tenuto il 3 agosto, presso la Casa Circondariale di Viterbo, il corso organizzato dalla SIMSPe in collaborazione con l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni

Large_migration3

Viterbo, 3 agosto 2017 - La tutela della salute dei migranti detenuti negli istituti penitenziari italiani rappresenta uno degli aspetti più complessi dell’attività di prevenzione e cura della popolazione straniera presente nel nostro Paese, le cui ricadute impattano in maniera significativa sullo stato di salute sia della popolazione carceraria, sia delle comunità di appartenenza.  Ai sensi di quanto previsto dal D.P.C.M. del 1° aprile 2008, sono di competenza del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) le funzioni sanitarie, i rapporti di lavoro, le risorse finanziarie, le attrezzature e i beni strumentali in materia di sanità penitenziaria. La norma marca un’importante innovazione nel sistema sanitario delle carceri, laddove alle Regioni e alle ASL sono state trasferite funzioni precedentemente incardinate presso il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e il Dipartimento della giustizia minorile del Ministero della Giustizia. Il quadro normativo brevemente richiamato mette in capo al SSN la responsabilità di porre in essere tutte le misure utili a garantire la salute della popolazione carceraria e, fra questa, la componente particolarmente vulnerabile dei detenuti migranti. Sulla base dei dati del Ministero della Giustizia, negli istituti penitenziari italiani risultano attualmente presenti 17,342 detenuti di origine straniera (pari al 33% del totale). Di questi, il 95.3% è di genere maschile. Per quanto attiene alle cittadinanze, si nota innanzitutto una grande eterogeneità delle cittadinanze di provenienza, accompagnata da una significativa prevalenza dei detenuti di origine albanese (13.6%), marocchina (16.2%), rumena (16.6%) e tunisina (10.9%) – complessivamente pari al 57.3%. Gli stranieri, inoltre, sono più giovani degli italiani (il 57,4% ha meno di 35 anni contro il 28,3% degli italiani).  


La lettura dei dati relativi alla presenza dei detenuti stranieri rispetto al numero complessivo di detenuti mostra come, in alcuni istituti penitenziari, vi sia una significativa prevalenza della componente di origine migrante. Un aspetto significativo emerge altresì con riferimento alla durata della permanenza nelle carceri dei detenuti stranieri, il 62.5% dei quali sconta una pena inferiore ai 5 anni. Entrambe queste caratteristiche della presenza carceraria dei cittadini stranieri si giustificano in virtù di una pluralità di ragioni: la tipologia di reato minore per il quale i migranti sono condannati alla pena carceraria; l’assenza dei requisiti per l’accesso alle misure alternative alla detenzione; l’incapacità di avvalersi di una adeguata tutela legale. Per quanto attiene specificatamente alla salute dei migranti all’interno delle carceri, gli studi in materia descrivono i detenuti stranieri come persone a rischio di patologie invalidanti, la cui origine si deve, in larga misura, allo stile di vita e ai comportamenti scorretti all’interno degli istituti di pena. In particolare, il dato sanitario fa emergere un’incidenza significativa di disturbi psichici, prevalentemente legati alla dipendenza da sostanze (alcool, fumo e droga), nonché disturbi nevrotici, di adattamento e atti di autolesionismo. Unitamente, i detenuti stranieri sono altamente esposti al rischio di contrazione di malattie infettive e parassitarie: HIV e infezioni sessualmente trasmissibili, epatiti virali, e infezione da HCV.  

Simspe Onlus

12/07/2017

L'accesso ai commenti è abilitato unicamente per i soci.
Iscriviti per avere accesso completo alle funzionalità del sito, oppure effettua il .

Commenti all'articolo